
Il cielo aveva continuato a coprire elettrico la mia traversata sul mare flagellato da sparse folgori. Ogni volta che ne avevo vista cadere una, avevo saputo che presto sarebbero arrivate a me. E la vidi, infatti, proprio a qualche centinaio di metri da una nuova sponda; azzurra più delle altre, accendersi nel grembo più intimo di quel cielo viola e crollare rutilante.
Ero di nuovo a un bivio, ancora una scelta da fare d’istinto, all’istante:
resta sulla barca e rischia/scappa e spera di farcela a raggiungere la costa.
Mi tuffai l’attimo prima che la folgore colpisse la prua e l’incendio divampasse avido dal malandato fasciame. Nuotai più veloce che riuscii, in quell’acqua scura e densa. Mi costò dolore, ma infine approdai. Mi sollevai in ginocchio sulla sabbia granulosa e vidi il mio corpo gocciolare di nero pece. E pregai come non sapevo di ricordare che quello davvero non fosse il mio mondo.
La definii gradualmente, abbandonata sulla spiaggia lambita da onde scure e pesanti: una bicicletta divorata dalla ruggine ma ancora intera. Mi alzai e corsi per raggiungerla. C’erano i segni di chi l’aveva usata fino all’attimo prima di mollarla lì: scarpe spaiate, un maglione logoro. Guardai attorno, ma non scorsi nessuno. Lo sentii ancora, però, quel brivido di allerta, quello che mi sussurrava con un soffio sulla nuca:
non sei al sicuro, il male sta per raggiungerti.
Allora, afferrai la bici, vi percepii l’odore pungente di chi l’aveva posseduta, ma ugualmente la inforcai.
Dovevo fuggire. E sperare che un giorno sarei tornata a casa.
Scatto&Racconto 2024. Paralleli. 3/52
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