
Fu come se un fulgore caldo agguantasse il mio corpo, ne penetrasse le molecole, le smaterializzasse e infine le ricomponesse in un’altra dimensione, dove arrivai vacillando. Frastornata dal viaggio, ebbi comunque la prontezza di aggrapparmi, per non cadere, ai primi appigli che trovai – delle robuste radici aeree.
Dov’ero arrivata? L’aria era frizzante al mio respiro, tanto da solleticare i polmoni come di troppo ossigeno. Attorno a me si estendeva a perdita d’occhio una foresta, talmente fitta da non mostrare altro. Anche il cielo spariva fra i rami grossi e ingarbugliati. La luce nasceva da decine di bagliori che occhieggiavano fra foglie e fusti. Refoli leggeri che sapevano di resina sollevavano fruscii e schiocchi, come in una serrata conversazione vegetale.
Mi voltai indietro, ma la soglia da cui ero arrivata era scomparsa e anche in quella direzione la foresta non aveva confine.
«Devi strattonarmi ancora a lungo?» – quel rimprovero cavernoso mi fece sobbalzare.
«Chi parla? Dove sei? Fatti vedere!»
«Hai una bella faccia tosta a rivolgerti così a chi ti offre appiglio! Se nostra ospite devi essere, vedi di comportarti a modo, umana selvaggia, o ne pagherai le conseguenze!»
A bocca aperta per lo stupore, poggiai gli occhi sulle radici aeree che ancora serravo. Le vidi piegarsi, avvolgermi i polsi, aprirmi le dita e liberarsi. Ritirai sbalordita le mani e non seppi subito che cosa replicare.
Se quel mondo aveva alberi parlanti e senzienti, davvero no, non era il mio!
E se quella era l’accoglienza, quali pericoli avrei dovuto affrontare?
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