Roulette

Viaggiai. Forse nel tempo. Forse nello spazio. Forse in entrambi.
Infine, approdai sulla soglia di un fumoso abisso, dove la mia anima vibrò di vertigini. Dal suo fondo, s’alzavano biancheggiando rapide immagini, scene cristallizzate della mia esistenza, che riconobbi una ad una. Si ripeterono, si scompigliarono e dovetti assistere per tre volte a quel carosello di memorie emozionali, prima che la voce della me del futuro tornasse nella mia mente:
scegli il tempo giusto.
Così dovevo farlo? Come puntare alla roulette? Rosso o nero? Pari o dispari? Numero pieno?
Dovevo seguire l’istinto o individuare una logica? Da quale scena tornare? Da quelle spensierate della mia infanzia con mia sorella e i nostri genitori? Da quelle consapevoli dell’età adulta di lavoro e responsabilità? Forse dal momento da cui ero partita per quel mio viaggio, quando la strana nuvola era apparsa in cielo?
Le mani mi tremarono incerte; il cuore mi batteva spaventato.
Che cosa sarebbe accaduto se io avessi sbagliato, a me, a mia sorella, al nostro mondo?
Poi la vidi, e il respiro mi si sospese. Irha, mia sorella! In piedi sulla spiaggia, sotto un cielo di pioggia incipiente, il volto proteso verso un rovente bagliore.
E potei udirla, fremente d’emozione, la sua voce, il mio nome sulle sue labbra:
«Torna, Ljusa, torna!».
E, ad occhi chiusi e intuito acceso, mi lanciai nel vuoto.

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