Giallo risveglio

Avanti e indietro. Avanti e indietro. GrrrGrrrrRooooRoooo. GrrrGrrrrRooooRoooo.
Un tetto di cielo azzurro, una finestra di mare scintillante.
La sabbia si plasmava docile sotto la minipala cingolata gialla, come se sapesse che volevo farla bella per l’estate incipiente. Per i piedi dei ragazzi che l’avrebbero sollevata in schizzi granulosi nei loro giochi focosi. Per la morbidezza dei corpi femminili che vi si sarebbero distesi; solo un telo sottile a proteggerle dai granelli ribelli. Per gli schiamazzi gioiosi dei bambini che l’avrebbero modellata in castelli e vulcani.
Ogni anno, da quarant’anni, toccava a me offrire agli altri la scena per la stagione perfetta. Per quella ciclica parentesi nella vita in cui sentirsi sempre liberi, giovani, sempre posseduti da sole e salsedine.
Era stato così anche per me, in un tempo lontano un’epoca. Quando anche io ero stato protagonista, lì sul palco di sabbia e rena, con la mia gioventù, i miei amori, le mie speranze.
Avanti e indietro. Avanti e indietro. GrrrGrrrrRooooRoooo. GrrrGrrrrRooooRooooClllanggg!
«Clang?»
Spensi il motore, mi affacciai dal gabbiotto di rete metallica. Intravidi la macchia arancione. Saltai giù dal cingolato e avanzai verso la pala a riposo.

Quanta roba restituiva la sabbia! Ne avevo una collezione a casa, di cui andavo fiero. I ricordi degli altri, a volte arrugginiti, spesso deformati, ognuno con il fascino di una storia muta che provavo a decifrare.
«Ah!» sorrisi, di rapida e profonda malinconia. «Un supersantos!»
Mi chinai e lo presi. Il suo arancione era sbiadito e le linee nere sembravano rughe sopra pelle. Potevo sentirle le voci dall’epoca lontana; percepirne il profumo di iodio e ambra solare; i respiri delle prime scoperte. Ero stato giovane anch’io, sì; per quanto ormai mi sembrasse impossibile, lo ero stato, come tutti gli altri.
Rigirai il pallone mezzo sgonfio fra le dita. Non era il più raro dei ritrovamenti possibili, tutt’altro, e non li portavo mai a casa, per la mia collezione. Così mi mossi verso i grossi sacchi neri per l’immondizia che stavo accumulando all’ombra.
Le vidi, però, e i miei occhi vi si sgranarono. Tracce sbiadite di biro, assorbite dalle crepe sul pvc. Un cuore, una freccia che lo attraversava, una coppia di ingenue iniziali. Il mio cuore che prese a battere di vita. Possibile? Proprio quello?
Mi arroccai sulla mia minipala gialla, il pallone stretto al cuore. Dovevo preparare la sabbia. Dovevo preparare l’estate.
Anche per me, però, questa volta. Di nuovo per me.


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